Enzo Maneglia
 

 

 








 
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Il disegno è un’altra lingua madre per Enzo Maneglia. Un lessico più che asciutto, sottile, che ha la limpidezza della figurazione tradizionale, che scava dentro gli argomenti per enucleare certi significati, i quali si caratterizzano per equilibrio e originalità.
Questo autore è un grafico umorista, diciamo prevalentemente, perché ogni casella e ogni definizione gli vanno strette. Infatti sono frequenti le sue incursioni in altri campi, come quelli della pittura e della scultura. Disegna in modo spontaneo e naturale, così almeno sembra. Quando andava a scuola, da ragazzo, regalava fidanzatine a qualche compagno, una per ogni stagione, più o meno audacemente vestite, irraggiungibili amiche dei sogni.
Ha sempre esercitato il talento del grafico. Quanto più un esercizio appare facile, tanto più curata e assidua è la preparazione. La donna è sempre stata protagonista delle sue tavole o tele. Signore dal portamento elegante o femmine, fanciulle che fioriscono a primavera o anziane. Pone in evidenza i pronunciamenti della seduzione e, con la sua rispettosa moderazione, dichiara l’azione corrosiva del tempo. Ciò che gli fa saltare la mosca al naso è il ridicolo o meglio la mancanza del senso del ridicolo. E qui, come in poche altre occasioni, calca la mano. Ecco, al proposito, certe vacanziere, finalmente sciolte e libere, che espongono tutta la loro merce nella vetrina della spiaggia. Stavolta l’umorista giudica e mette alla berlina la sovrabbondante ostentata baldoria sensuale.

en05Nei molti anni di dedizione all’arte Maneglia ha attraversato vari periodi o maniere, che però non ha abbandonato completamente, perché riaffiorano. Il linguaggio resta lo stesso: incisivo eppure morbido, sintetico, ma che dice tutto e si sofferma pure nel particolare, quando questo è importante. Cambiano i temi. Per un certo tempo prevalse l’impegno di rappresentare l’identità dei sentimenti. La vanità ha luci forti, chiassose, diventa un’oca con i tacchi a spillo. Poi, tra gli altri archetipi, particolarmente azzeccata è l’incertezza, dal volto che non è né maschio, né femmina, con le braccia impigliate nel nulla, col broncio sonnolento, col cervello spento e pesante.

Vennero gli scatoloni, vuoti, perché la nostra è anche la civiltà delle scatole di cartone. Sono le case e i giacigli dei senzatetto, sono gli avanzi dei supermercati, si trovano agli angoli delle strade, rappresentano tutti, cioè la gente che fa le spese grasse e quelli per i quali la fortuna non si è tolta la benda e non li ha visti. Sono leggeri come le foglie, il vento se li porta e tra loro compaiono sagome di uomini. L’intonazione è vagamente surreale.

Fellini Maneglia salì sulla ribalta delle riviste satiriche a diffusione nazionale quando ebbero fortuna e ospitavano i talenti dell’epoca, con le caricature di personaggi noti dello spettacolo, della politica, della cronaca. Le sue interpretazioni si distinguono perché gentili e ludiche. Non hanno la pretesa di essere didascaliche o moraleggianti. Il disegno non mette alla gogna nessuno, esaspera i difetti col sorriso della benevolenza e talvolta i baleni dell’intuizione illuminano più in là, ad esempio certe righe di troppo sono le rughe di domani. Con la caricatura non ha mai né ridicolizzato, né «animalizzato» alcuno. Gli elaborati sono gradevolmente trascorsi da sottile arguzia. La sua arma vincente, nel campo vasto dell’umorismo, è il rispetto.
Nella vignetta Maneglia ricorre poco alle nuvole parlanti, preferisce le didascalie, ma più spesso non compaiono né le une, né le altre, perché i disegni sono espressivi e non necessitano di inserti alfabetici.
Il suo umorismo è sempre elegante, viene da dire leggero. Deriva dall’osservazione penetrante, non ha bisogno di stravolgere o capovolgere le situazioni, esso non è il famoso senso del contrario. Emblematico il suo «Maestro d’orchestra», che è sul podio, nella postazione normale. La bacchetta lascia scritto nell’aria il proprio movimento e l’armonia si traduce nel filo di una matassa che si rompe, s’annoda, s’infrena. Considerando certe esecuzioni di Maneglia si può pensare che la verità sia povera senza la fantasia.